Caro Serra, sii meno condiscendente

Michele Serra scrive su Repubblica che “sono tutti circospetti nel giudicare Matteo Renzi”, ma forse pensa soprattutto all’ambiente del suo giornale, che non ha in questa occasione il pregio di una posizione chiara. A Serra Renzi non spiacerebbe, lo paragona a un Tony Blair, ma usato (aggiunge con sussiego), “il più riuscito tentativo di creare un Berlusconi di centrosinistra”, “traghettatore delle forze progressiste dal secolo ideologico a quello post ideologico”.
16 AGO 20
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Michele Serra scrive su Repubblica che “sono tutti circospetti nel giudicare Matteo Renzi”, ma forse pensa soprattutto all’ambiente del suo giornale, che non ha in questa occasione il pregio di una posizione chiara. A Serra Renzi non spiacerebbe, lo paragona a un Tony Blair, ma usato (aggiunge con sussiego), “il più riuscito tentativo di creare un Berlusconi di centrosinistra”, “traghettatore delle forze progressiste dal secolo ideologico a quello post ideologico”.
Però avvolge di una cortina di dubbi questo suo giudizio, e il paragone con Berlusconi per lui equivale a un insulto.
Viene naturale domandarsi come mai una testata abituata a tracciare in modo manicheo le distinzioni tra chi va bene e chi non va bene, specie se dal punto di vista del politicamente corretto, sia tanto riluttante a esprimere un giudizio e tenda a condizionare con fumisterie un po’ snobistiche anche le analisi e i primi giudizi personali, come appunto quello di Serra nei confronti di Renzi. Su Repubblica non sono mancate le critiche a Bersani, al suo ondeggiare tra la tenaglia del trio di Vasto con Antonio Di Pietro e Nichi Vendola e l’aspirazione a un raccordo con Pier Ferdinando Casini.
Però nella disfida interna al Partito democratico, che nelle occasioni precedenti ha sempre visto la Repubblica schierata apertamente per l’uno o per l’altro dei competitori, questa volta si tentenna e si tergiversa. Sono i fumi emergenzialisti, la necessità di buttare subito giù di sella Berlusconi, che impongono al giornale di Largo Fochetti la linea generale, variamente interpretata. Si è anche enfatizzata la questione generazionale, facile da banalizzare, mentre sul problema del rinnovamento programmatico e della esigenza di realismo posta da un Renzi seguace di marchionne e della Bce si è alzata una specie di cortina fumogena, pour cause.
Renzi non è (e non sarà mai) un membro del partito di Repubblica, questo è evidente, come è avvertibile la sua distanza dai giacobinismi e dagli azionismi di riferimento. Però potrebbe gareggiare, a causa della sostanziale fragilità dell’impianto bersaniano, e quindi non conviene perderlo di vista. Ma appoggiarlo apertamente, anche quando rivendica un rinnovamento dell’impostazione politica del Pd non pare conveniente o, come si direbbe in politichese “opportuno”.